Asmita negli Yoga Sūtra e nel percorso dell’Ashtanga Yoga
In questo articolo esploriamo un tema sottile e affascinante degli Yoga Sūtra: Asmita, l’identificazione con l’io.
Vedremo come questo concetto si manifesta — concretamente, ogni giorno — nella pratica dell’Ashtanga Yoga sul tappetino.
Nel secondo capitolo degli Yoga Sūtra, Patañjali descrive i klesha, le cause profonde della sofferenza mentale e dell’illusione. Tra questi, Asmita occupa un posto centrale: è il senso dell’“io sono”, l’identificazione del Sé con la mente, con il corpo, con i ruoli e con le percezioni.
Asmita non è arroganza, ma qualcosa di molto più sottile: è il continuo confondere ciò che siamo con ciò che sperimentiamo.
Negli Yoga Sutra Patanjali dice:
दृग्दर्शनशक्त्योरेकटत्वे आस्मिता
dṛg–darśana–śaktyor–ekātve āsmitā
Quando il “vedente” si identifica con la facoltà di vedere.
(Yoga Sūtra II.6)
In altre parole, Asmita nasce quando la nostra natura più profonda viene velata dall’identificazione con i contenuti mentali o corporei. È la radice del dualismo interiore e della perdita di presenza.
🧘♀️ Asmita sul tappetino: come si manifesta nella pratica dell’Ashtanga Yoga
L’Ashtanga Yoga, con la sua struttura rigorosa e ripetitiva, è un terreno privilegiato per osservare Asmita in azione.
La pratica quotidiana mostra con chiarezza come l’identificazione con il corpo o la performance possa condizionare l’esperienza.
1. Identificazione con le capacità fisiche
Asmita può manifestarsi come:
- voler “fare” un āsana a tutti i costi
- puntare al risultato più che al processo
- giudicare il proprio valore in base a un āsana
L’io diventa: “colui che fa bene Marichyasana D” o “colui che non arriva mai a toccarsi i piedi”.
2. Confronto con gli altri
Nelle classi guidate, ma anche (e soprattutto) nelle classi Mysore (cioè la classe con pratica in autonomia), spesso osserviamo e confrontiamo la nostra pratica con quella degli altri:
- flessibilità
- forza
- profondità degli piegamenti
- Fisicità
Ma questo confronto non misura la pratica; misura solo l’identificazione con un’immagine ideale di noi stessi.
3. Attaccamento al proprio stile di pratica
A volte vorremmo fare di più, ma non vogliamo cambiare i nostri atteggiamenti.
Asmita può apparire come:
- rigidità nel seguire sequenze o allineamenti
- resistenza alle correzioni
- identificazione con un ruolo: “sono avanzato”, “sono principiante”
È una forma di Asmita sottile, che si nasconde dietro la “coerenza”.
Dall’Asmita alla presenza: come la pratica diventa antidoto
L’Ashtanga offre strumenti precisi per sciogliere Asmita e tornare all’essenziale.
1. Il respiro (Ujjayi) come spazio neutro
Il respiro non giudica.
Riporta all’osservatore, non all’identificazione.
Quando l’io dice “non ci riesco” o “devo farcela”, il respiro (soprattutto quello usato nella nostra pratica, l’Ujjayi) ci radica nella presenza.
2. Il vinyasa come meditazione in movimento
La ripetizione delle transizioni ci libera dal risultato e ci educa alla continuità del processo.
Nel movimento fluido, l’io performativo si indebolisce.
3. Gli āsana come laboratorio dell’ego
Ogni āsana rivela una reazione:
- frustrazione negli āsana difficili
- compiacimento negli āsana facili
- paura negli āsana intensi
- giudizio negli āsana “brutti”
Osservare queste risposte è già yoga.
Il paradosso yogico: usare l’ego per trascendere l’ego
Patañjali non dice di eliminare Asmita, ma di riconoscerla.
Nell’Ashtanga la disciplina, il tapas (cioè l’ardore nella pratica) e la determinazione possono nascere dall’ego, ma diventano strumenti per andare oltre.
All’inizio pratica l’io.
Poi pratica il corpo.
Infine, rimane solo la pratica.
Asmita come maestro, non come ostacolo
Asmita non è da combattere, ma da osservare.
Ogni respiro consapevole, ogni āsana vissuto senza giudizio, ogni confronto lasciato andare, ci porta un passo più vicino a ciò che Patañjali chiama svarūpa, la nostra vera natura.
L’Ashtanga Yoga, con il suo ritmo costante e la sua intensità, ci mostra tutto questo con chiarezza.
E riconoscere è già liberare.
Alessio



