Nel sistema dell’Ashtanga Yoga di Patañjali, gli Yama sono il primo degli otto rami e rappresentano linee guida etiche e morali rivolte soprattutto al modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con il mondo. Sono considerati la base della pratica yogica perché preparano mente e corpo a un percorso interiore più profondo.
La newsletter di oggi prende spunto dallo Yama cardine dell’Ashtanga Yoga: Ahimsa. Ahimsa è il primo Yama ed è spesso visto come il fondamento di tutti gli altri. Significa “non violenza”, ma il suo significato è molto più ampio del semplice “non fare del male”. Non si tratta solo di evitare la violenza fisica, ma di promuovere attivamente gentilezza, compassione e rispetto verso tutti gli esseri viventi, inclusi se stessi.
A ricordarcelo è anche Patañjali nel Sūtra II.35, uno dei più belli e potenti dell’intero testo:
Yoga Sūtra II.35 — Ahimsa
अहिंसाप्रतिष्ठायां तत्सन्निधौ वैरत्यागः॥२.३५॥
ahiṁsā-pratiṣṭhāyāṁ tat-sannidhau vaira-tyāgaḥ
Quando una persona è stabilita nella non violenza, chiunque le stia vicino abbandona ogni forma di ostilità.
Verso gli altri può essere intuitivo comprendere come applicare Ahimsa: non ferire fisicamente, verbalmente o emotivamente; evitare giudizi inutili e comportamenti aggressivi; agire con empatia, ascolto e rispetto. Ma verso noi stessi? È proprio qui che la pratica sul tappetino diventa un vero strumento di trasformazione.
La pratica ci mette di fronte ai nostri limiti, alle nostre attitudini mentali e al nostro modo di reagire nella vita. A volte non accettiamo di non riuscire in una postura; altre volte la pigrizia ci porta a non praticare con costanza; oppure, al contrario, spingiamo troppo e ci facciamo male per il nostro arrivismo. Qui Ahimsa trova la sua massima espressione. Ci invita a non essere autosabotanti, troppo severi o critici; a rispettare i nostri limiti, evitando forzature e infortuni. È qui che nasce un dialogo interiore fondato sull’ascolto, sulla gentilezza e sull’autoindagine. Evitiamo la competizione e il giudizio.
Durante il workshop con John Scott alla Yoga Shala di Milano, durante la pratica si è avvicinato a me perché aveva notato che il mio approccio era molto energico e un po’ teso. Mi ha consigliato di prendere tutto con più morbidezza e, sorridendo, ha detto: “La pratica non deve essere affrontata come farebbe un giocatore di rugby. È la nostra parte femminile che deve prevalere: la dolcezza, l’accoglienza e l’ascolto. E ricorda: oggi non è la giornata della partita di rugby.”
In quel momento, proprio per rafforzare questo messaggio, John mi ha ricordato uno dei sūtra più conosciuti degli Yoga Sūtra, quello che descrive come dovrebbe essere vissuta ogni postura — e, simbolicamente, ogni nostra azione nella pratica:
Yoga Sūtra II.46 — Sthira Sukham Āsanam
स्थिरसुखमासनम्॥२.४६॥
sthira-sukham-āsanam
La postura è stabile e confortevole.
Questo sūtra riassume perfettamente ciò che John voleva trasmettermi: trovare stabilità senza rigidità, morbidezza senza collasso. Un equilibrio vivo, presente e gentile. È l’essenza di Ahimsa applicata alla pratica: non forzare, non spingere oltre, non aggredire il corpo, ma ascoltarlo profondamente.
Quando ci stabiliamo nella non violenza, l’ambiente intorno a noi si armonizza, perché tutto ciò che percepiamo all’esterno è una proiezione di ciò che abbiamo dentro. Ahimsa è una qualità che trasforma prima l’individuo e poi le sue relazioni.
Buona giornata a tutti
Alessio



