Il cammino nell’Ashtanga Yoga: integrare la pratica nella vita quotidiana

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Questa mattina, durante la pratica, mi sono trovato in una di quelle giornate in cui il corpo non collabora. Fin dai primi movimenti sentivo una rigidità insolita: le anche poco disponibili, la schiena più chiusa, il respiro che non fluiva come avrei voluto. Una di quelle mattine in cui tutto sembra un po’ pesante, come se il corpo portasse addosso l’intera settimana.

Il primo impulso è stato quello di spingere, di intensificare la pratica per cercare di “rompere” quella sensazione. Una reazione che, in fondo, molti di noi conoscono bene. Ma dopo pochi minuti mi sono reso conto che avrei creato solo più tensione. E di fronte a quella rigidità così evidente ho capito che avevo due scelte: forzare, rischiando di farmi male e soprattutto trasformare la pratica in uno scontro, oppure provare ad accogliere quel momento esattamente per ciò che era.

Ho scelto la seconda strada.

Mi sono detto: «Oggi il mio corpo è rigido. Questo è il punto da cui parto, non qualcosa da correggere con la forza.»

Così ho iniziato a praticare con maggiore dolcezza: movimenti più lenti, un ascolto più profondo. Invece di forzare, ho provato a respirare dentro ciò che c’era. A un certo punto ho sentito che la pratica cambiava, non perché la rigidità sparisse, ma perché il mio modo di stare nella pratica era diverso: più sincero, più autentico. Paradossalmente è stata una delle pratiche migliori che io abbia fatto da tempo.

Ed è proprio in quel momento che mi è venuto in mente un sūtra che spesso passa inosservato ma che, in situazioni come questa, diventa chiarissimo:

“Īśvarapraṇidhānāt samādhisiddhiḥ — La perfezione del samādhi nasce dall’abbandono a Īśvara.” (Yoga Sūtra II.45).

Non si parla di resa passiva, ma di un abbandono consapevole, di quella disponibilità a lasciare che le cose siano come sono. Sul tappetino questo significa lasciare andare l’idea della pratica perfetta, smettere di combattere il corpo e iniziare a dialogare con esso.

Questa riflessione mi ha portato a comprendere un’altra cosa importante: la pratica deve essere uno strumento, non un fine. Non è qualcosa da conquistare o da eseguire perfettamente, ma un mezzo attraverso cui incontriamo noi stessi ogni giorno. E come un buon strumento, deve potersi integrare nella nostra vita con disciplina sì, ma anche con morbidezza, senza diventare una forma di pressione o una struttura rigida che ci incatena.

Il percorso dell’Ashtanga è lungo e richiede costanza, ma anche sensibilità, rispetto dei propri cicli e capacità di ascoltare. Se vogliamo che ci accompagni in modo benefico e virtuoso, dobbiamo affrontarlo con un’attitudine che unisca fermezza e gentilezza, impegno e accoglienza.

Il mio invito a tutti, la prossima volta che vi troverete in una pratica un pó difficoltosa, é di provare a ricordare questo: non dovete cambiare ciò che c’è. Provate semplicemente a esserci. Lasciate che la pratica sia il ponte che vi permetta di rincontrarvi, non un traguardo da raggiungere.

Respira. Accogli. Ammorbidisci.

È lì, in quello spazio di fiducia, che la pratica diventa davvero trasformativa.

Buona giornata a tutti

Alessio

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