Abhyasa e Vairagya: la costanza e il distacco nella pratica dello Yoga

Oggi prendiamo spunto per la nostra riflessione dal sutra 12 del primo capitolo degli Yoga Sutra di Patanjali, che dice:

अभ्यासवैराग्याभ्यां तन्निरोधः

Abhyāsa-vairāgyābhyāṃ tan-nirodhaḥ

Traduzione:

La cessazione delle fluttuazioni mentali si ottiene attraverso la pratica costante (abhyāsa) e il distacco (vairāgya).

Come sia io che Sara vi ripetiamo sempre, la costanza nello yoga è un elemento imprescindibile. Viviamo in una società dominata dal “tutto e subito”, e spesso tendiamo a riportare questo stesso meccanismo anche sul tappetino, nella nostra pratica. Ma qui, questo approccio non può funzionare: lo yoga è un processo che richiede tempo, dedizione e continuità.

Il concetto di costanza, Abhyasa, è espresso in modo chiaro da Patanjali nel Samadhi Pada, il primo capitolo degli Yoga Sutra. Egli spiega che la mente può essere resa stabile solo attraverso due strumenti complementari:

  • Abhyasa, la pratica costante, paziente e ininterrotta dello yoga;
  • Vairagya, il distacco dai frutti dell’azione e dai desideri sensoriali.

Prendiamo come esempio la nostra pratica personale. Spesso vediamo persone che praticano solo una volta alla settimana, quando vengono a lezione, e si scoraggiano perché non notano progressi o lamentano dolori di vario tipo, attribuendone la causa alla pratica stessa.

Ma come si può ottenere un reale beneficio dedicando solo un’ora e mezza alla settimana? Il corpo non ha il tempo di adattarsi, e lo sforzo diventa fine a sé stesso.

D’altra parte, non serve nemmeno passare da zero a cento in una settimana: occorre procedere con intelligenza e gradualità.

Per chi è all’inizio, può essere utile affiancare alla pratica in classe anche una breve sessione a casa. Non sembra, ma — se la matematica non mente — in questo modo raddoppieremmo già il nostro impegno! Con il tempo, si può arrivare a una pratica quotidiana, e allora si inizia a percepire davvero la trasformazione che lo yoga può portare.

È facile cadere nella trappola mentale del pensiero “ogni volta che finisco la lezione sono distrutto, lo yoga non fa per me” oppure “mi fa male il ginocchio, è colpa di quella postura”.

Siamo abituati a fuggire dalle difficoltà e a rifugiarci nella nostra comfort zone — è un meccanismo umano. Ma se vogliamo superare i nostri limiti, lo yoga ci offre uno straordinario strumento di lavoro.

Per farlo, dobbiamo fidarci della pratica, di chi ce la trasmette (che a sua volta ha attraversato questo stesso percorso) e, soprattutto, di noi stessi e delle nostre possibilità.

Lo yoga non è una prestazione ginnica — per quello esistono palestre e corsi di ogni tipo.

Lo yoga è trascendere l’ego e la mente, per risplendere nella nostra vera natura.

Attraverso l’osservazione dell’attitudine che portiamo sul tappetino, possiamo comprendere come ci rapportiamo alla vita quotidiana e, così, orientarci verso modalità più virtuose.

Proviamo a praticare portando con noi il concetto di Vairagya.

Spesso viene tradotto come “distacco”, ma da cosa, esattamente? Applicato alla pratica degli asana, diventa un atteggiamento interiore che trasforma completamente il modo in cui ci muoviamo, respiriamo e viviamo sul tappetino.

Quando pratichiamo una postura, la mente tende a voler ottenere qualcosa: toccare il pavimento, eseguire la forma perfetta, essere più flessibili.

Con Vairagya, invece, lasciamo andare questa ricerca del risultato.

Ci concentriamo sulla presenza, senza giudizio, accogliendo ciò che c’è con equanimità.

Nel lungo periodo, Vairagya ci aiuta a riconoscere che non siamo soltanto il corpo che stiamo abitando in questa vita: gli asana diventano un mezzo per conoscere noi stessi e uno strumento di consapevolezza.

Abhyasa è la costanza nella pratica.

Vairagya è la leggerezza nel praticare.

Insieme creano equilibrio: impegno senza rigidità, dedizione senza attaccamento.

Buona giornata a tutti

Alessio

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