Viviamo in un mondo che corre sempre più veloce. Tra lavoro, impegni, messaggi e mille stimoli esterni, spesso ci dimentichiamo di guardare dentro di noi. La pratica dell’Ashtanga Yoga, con la sua struttura rigorosa e ripetitiva, ci offre uno spazio unico per tornare a contatto con la nostra essenza, con quella parte di noi che non è definita dai risultati, dalle apparenze o dai ruoli sociali.
Come ricorda Patañjali nei suoi Yoga Sūtra:
Sūtra I.2
सः योगः चित्तवृत्तिनिरोधः
Yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ
“Lo yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente.”
Questo sūtra sintetizza l’obiettivo principale della pratica: non eliminare i pensieri, ma osservare la mente e fermarne il continuo vagare, per tornare a vedere la nostra natura più autentica.
Ogni pratica ci mette di fronte a noi stessi. La sequenza fissa e la ripetizione quotidiana non permettono di nascondersi: ogni giorno portiamo sul tappetino la nostra energia reale, le nostre tensioni, la nostra presenza.
Quando ci confrontiamo con la difficoltà di un asana o con la fatica fisica, non stiamo solo lavorando sul corpo: stiamo incontrando le nostre resistenze, le nostre paure, i nostri limiti. E nello stesso tempo, ci scopriamo più forti, più radicati, più presenti.
Il respiro ujjayi guida ogni movimento: lungo, sonoro, profondo. È un ponte tra mente e corpo, un filo che ci riporta al centro ogni volta che ci distraiamo. Attraverso il respiro impariamo a percepire ciò che accade dentro di noi: la tensione, la stanchezza, la leggerezza.
Questo ascolto costante ci permette di osservare le fluttuazioni della mente (citta-vṛtti) e di fare esperienza diretta di quel “niródha” di cui parla il sūtra: un momento di calma in cui possiamo vedere noi stessi con chiarezza.
Molti vedono la disciplina dell’Ashtanga come una costrizione, ma in realtà è un invito a una forma di sincerità radicale. La pratica regolare ci mostra chi siamo, senza filtri: giorni in cui ci sentiamo forti e giorni in cui tutto sembra pesante. Accettare questa alternanza significa incontrare noi stessi senza giudizio, con rispetto e attenzione.
In questo senso, l’Ashtanga non insegna solo a muovere il corpo, ma a vivere con autenticità: a riconoscere i nostri limiti, i nostri punti di forza e la nostra natura profonda.
Ogni asana è un’opportunità per rientrare nel corpo, per ascoltare ciò che sente e come risponde. Non importa se la postura è perfetta: ciò che conta è il contatto con il nostro respiro, con il nostro equilibrio, con la nostra presenza.
Il corpo diventa così uno strumento per scoprire la nostra essenza, un mezzo concreto per osservare la mente e tornare al sé autentico. Ogni movimento, ogni respiro, diventa un atto di sincerità con noi stessi.
La pratica dell’Ashtanga, con il suo ritmo costante e il legame stretto tra respiro e movimento, ci permette di sperimentare il senso del sūtra: la quiete della mente. Non una quiete forzata, ma un rallentamento naturale in cui la nostra essenza emerge senza filtri.
Sul tappetino impariamo che la verità non è un concetto astratto: è esperienza diretta, sensazione, presenza. È quel momento in cui smettiamo di inseguire immagini o ruoli e ci ritroviamo semplicemente noi stessi.
L’Ashtanga Yoga non è solo una sequenza di posture: è una pratica di scoperta, un percorso che ci conduce alla nostra verità quotidiana. Attraverso respiro, movimento e disciplina, impariamo a fermare le fluttuazioni della mente e a incontrare ciò che siamo davvero: una presenza autentica, completa e viva.
Sul tappetino, in ogni respiro e in ogni asana, possiamo finalmente riconoscerci.
Buona giornata,
Alessio



